Incendio di Lequile, l’emergenza continua
Le fiamme sono state fortemente ridimensionate, ma l’emergenza non può ancora considerarsi conclusa. Quello interessato dal grande incendio non è soltanto un ecocentro comunale come quelli presenti a Leverano o Lecce, ma un articolato impianto di selezione, trattamento e stoccaggio dei rifiuti inserito in una filiera territoriale molto più ampia.
Intanto i Vigili del Fuoco continuano a lavorare sui focolai residui, ARPA e ASL verificano le possibili ricadute su aria, acqua e suolo e la magistratura cerca di ricostruire origine e dinamica del rogo.
Che impianto è quello di Lequile
Per comprendere la portata dell’incendio scoppiato il 29 agosto occorre chiarire innanzitutto un equivoco.
Definire genericamente l’area interessata come “ecocentro di Lequile” rischia infatti di farla immaginare come un normale Centro Comunale di Raccolta.
Non è così.
Un CCR, come quello di Leverano, è essenzialmente un luogo a disposizione dell’utenza nel quale i cittadini conferiscono separatamente determinate tipologie di rifiuti.
Lo stesso vale per i Centri Comunali di Raccolta di Lecce, dove i rifiuti differenziati vengono raggruppati prima di essere inviati agli impianti che li tratteranno.
La struttura Ecotecnica di Lequile ha invece una funzione diversa e molto più articolata.
Nell’area sulla SS 101 operano attività di stoccaggio, selezione e trattamento dei rifiuti riciclabili. I materiali provenienti dalla raccolta differenziata possono essere selezionati, pressati e preparati per il successivo invio alle filiere di recupero.
È quindi un vero nodo della filiera dei rifiuti e non soltanto un punto nel quale il cittadino conferisce direttamente i propri scarti.
Un nodo che va oltre il Comune di Lequile
Anche il bacino servito aiuta a comprendere la funzione dell’impianto.
Ecotecnica gestisce servizi di raccolta dei rifiuti in più Comuni e dichiara che nell’impianto di Lequile vengono conferiti materiali provenienti sia dai Comuni serviti direttamente dalla società sia da altri operatori dei servizi di igiene urbana.
L’impianto è inoltre inserito nelle filiere di recupero di diversi materiali, tra cui plastica, carta e cartone, vetro, acciaio, alluminio e legno.
Questo non significa che tutti i rifiuti raccolti nei territori serviti confluiscano necessariamente nell’area interessata dall’incendio.
Significa però che il sito ha una funzione sovracomunale e che i quantitativi di materiale presenti possono essere molto superiori a quelli normalmente associati a un semplice Centro Comunale di Raccolta.
È questo un elemento importante per comprendere sia il possibile carico d’incendio sia la complessità delle operazioni di spegnimento.
Quanto è stato grande l’incendio
Le prime ricostruzioni hanno riferito di un’area molto estesa interessata dal rogo, con circa 12 mila metri quadrati destinati allo stoccaggio di carta e plastica e altri spazi adibiti ai mezzi e alle attività dell’impianto.
Le fiamme hanno coinvolto cumuli di rifiuti, macchinari e parte delle strutture.
La dimensione dell’evento aiuta a comprendere perché siano state necessarie molte ore di intervento e l’arrivo di uomini e mezzi anche da altri Comandi.
Carta, cartone e soprattutto materiali plastici, quando sono presenti in grandi quantità e in masse compatte, possono sostenere una combustione intensa e molto persistente.
Quando il materiale è pressato o accumulato in profondità, il fuoco può penetrare all’interno e continuare a svilupparsi sotto la superficie.
Per questo la scomparsa delle grandi fiamme non coincide necessariamente con la fine dell’incendio.
Focolai e presidio dei Vigili del Fuoco
Una delle attività più importanti nella fase successiva al contenimento consiste nello smassamento dei cumuli.
Le pale meccaniche movimentano progressivamente il materiale permettendo ai Vigili del Fuoco di raggiungere le parti che continuano a bruciare in profondità.
Un cumulo può apparire spento all’esterno mentre al suo interno conserva temperature elevate e focolai ancora attivi.
La movimentazione deve inoltre essere controllata con attenzione perché l’ingresso di nuovo ossigeno può riattivare o intensificare una combustione fino a quel momento poco visibile.
Ridurre il tempo della combustione significa anche limitare ulteriori emissioni nell’ambiente.
Perché non sono intervenuti i Canadair
La grande colonna di fumo ha fatto sorgere una domanda comprensibile: perché non utilizzare i Canadair?
Lo scenario è molto diverso da quello di un incendio boschivo.
Il Canadair è particolarmente efficace quando deve scaricare dall’alto grandi quantità d’acqua su un fronte esteso di vegetazione.
In un impianto di rifiuti occorre invece raggiungere cumuli, balle, macchinari, strutture e punti di combustione anche molto profondi.
Uno sgancio massiccio dall’alto non necessariamente raggiungerebbe il cuore dei materiali.
Potrebbe inoltre movimentare materiali e aumentare notevolmente le acque di spegnimento, che dopo il contatto con i rifiuti devono a loro volta essere gestite con particolare attenzione.
Per questo è stato privilegiato l’intervento terrestre, con autobotti, squadre provenienti da diversi Comandi e mezzi antincendio di grande capacità.
Il rischio di una propagazione improvvisa
In incendi di questa complessità i Vigili del Fuoco devono continuamente osservare come evolve la combustione e valutare la possibilità che il fuoco cambi rapidamente intensità o raggiunga altre parti dell’impianto.
In un grande impianto di rifiuti assumono però particolare importanza anche combustioni profonde, propagazioni interne non immediatamente visibili, riaccensioni, aumenti improvvisi dell’intensità del fuoco e possibili cedimenti.
È quindi il possibile sviluppo dell’incendio, e non soltanto ciò che è visibile in quel momento, a determinare le scelte operative.
Che cosa è realmente bruciato
È una delle domande decisive per valutare le conseguenze ambientali e sanitarie.
L’impianto, nel suo complesso, è strutturato e autorizzato per gestire più categorie di rifiuti.
Questo però non significa che tutte le categorie gestibili dall’impianto siano state coinvolte nell’incendio.
Le informazioni diffuse durante l’emergenza hanno indicato soprattutto la presenza di grandi quantitativi di materiali plastici, carta e altre frazioni differenziate nell’area interessata.
- quali materiali fossero presenti nelle zone raggiunte dalle fiamme;
- in quali quantitativi;
- quali materiali siano effettivamente combusti;
- per quanto tempo e in quali condizioni sia avvenuta la combustione.
È questo uno dei dati essenziali per interpretare correttamente anche i risultati ambientali.
Cosa abbiamo respirato
Per la popolazione è il fronte più immediato.
La grande nube è stata visibile a chilometri di distanza e i fumi hanno interessato Lequile e altri territori.
Ma l’aspetto visivo della nube non permette, da solo, di determinare il rischio sanitario.
Occorre conoscere quali sostanze fossero presenti nel fumo, in quali concentrazioni, per quanto tempo siano rimaste nell’aria, dove siano state trasportate dal vento e a quali concentrazioni siano arrivate nelle aree abitate.
ARPA Puglia ha rafforzato il monitoraggio della qualità dell’aria e installato ulteriori strumenti di rilevazione.
Particolare attenzione è rivolta anche ai microinquinanti persistenti, comprese diossine e furani.
La possibilità che queste sostanze possano formarsi durante una combustione non equivale però alla dimostrazione che la popolazione sia stata esposta a concentrazioni pericolose.
Non basta quindi sapere che è bruciata plastica. Occorre capire cosa sia realmente arrivato alla popolazione e in quale dose.
Acqua, suolo e alimenti
La nube non rappresenta l’unico possibile percorso dei contaminanti.
Le sostanze trasportate dai fumi possono successivamente ricadere e depositarsi sul terreno e sulla vegetazione.
Per questo sono stati avviati campionamenti anche su acqua e suolo.
Le verifiche dovranno stabilire se vi siano state ricadute ambientali significative e se siano necessarie ulteriori misure precauzionali.
In attesa degli esiti, sono state diffuse indicazioni prudenziali riguardanti il lavaggio accurato di frutta e ortaggi e, nelle zone maggiormente interessate, l’utilizzo delle acque dei pozzi e dei prodotti provenienti dal territorio.
Come si proteggono i Vigili del Fuoco
C’è una categoria particolarmente esposta durante un incendio di queste dimensioni: i Vigili del Fuoco.
Gli operatori lavorano vicino alla sorgente dell’incendio e sono esposti a temperature elevate, fumo, fuliggini e prodotti della combustione.
L’autorespiratore consente al Vigile del Fuoco di respirare da una propria riserva d’aria senza utilizzare quella contaminata presente nell’ambiente.
Ma l’esposizione può continuare anche dopo l’allontanamento dalle fiamme.
Fuliggine e contaminanti possono infatti depositarsi su tute, guanti, casco e attrezzature.
Negli incendi di rifiuti assume quindi particolare rilievo anche la decontaminazione dei DPI e dell’equipaggiamento.
Il recente caso delle polo ignifughe
La questione della qualità dell’equipaggiamento dei Vigili del Fuoco è arrivata recentemente anche all’attenzione nazionale.
Alcune organizzazioni sindacali hanno denunciato anomalie su parte della nuova fornitura di polo ignifughe, segnalando capi che avrebbero mostrato un deterioramento anomalo a contatto con acqua o sudore.
L’Amministrazione ha chiarito che i capi risultati difettosi sono stati individuati e sostituiti e che il problema avrebbe riguardato una parte limitata della fornitura.
Non è soltanto una questione di approvvigionamento.
È sicurezza sul lavoro.
Le indagini in corso
L’incendio apre diversi fronti di accertamento che non devono essere confusi.
L’area interessata è stata sottoposta a sequestro giudiziario. Il sequestro non equivale automaticamente all’accertamento di responsabilità. Serve a preservare lo stato dei luoghi e consentire gli accertamenti necessari sull’origine e sulla dinamica del rogo.
Ora l’emergenza si misura
Le grandi fiamme sono state contenute, ma l’emergenza entra ora in una fase diversa.
Devono essere completate le operazioni sui focolai residui e soprattutto devono arrivare i risultati delle analisi ambientali e sanitarie.
Saranno i dati sulla qualità dell’aria e gli esiti dei campionamenti di acqua e suolo a consentire di comprendere la reale ricaduta dell’incendio sulla popolazione e sul territorio.
Occorrerà inoltre conoscere con maggiore precisione quali materiali siano stati effettivamente coinvolti nella combustione e quali saranno gli sviluppi dell’indagine giudiziaria sulle cause del rogo.
Fino ad allora servono prudenza, rispetto delle indicazioni delle autorità e una corretta informazione.
Senza sottovalutare il problema, ma anche senza trasformare un rischio ancora da misurare in una contaminazione già accertata.
Perché quello di Lequile non è stato l’incendio di un semplice ecocentro comunale.
È stato l’incendio di un importante nodo della filiera dei rifiuti del territorio.
Ed è proprio per questo che, anche dopo il contenimento delle fiamme, l’emergenza continua.
